Contributi INPS o Cassa previdenziale: quale pago se apro la P.IVA?

Contributi INPS o Cassa previdenziale: quale pago se apro la P.IVA?

Stai per aprire la Partita IVA e pensi solo alle tasse? Nel forfettario la voce che pesa di più è un’altra: i contributi. E a chi li versi non lo scegli tu, lo decide la tua attività.

Se sei un professionista senza cassa vai in Gestione Separata INPS: 26,07% nel 2026 (24% se hai già un lavoro dipendente), calcolato solo su quello che guadagni. Con 30.000 euro di compensi e coefficiente al 78% sono circa 6.100 euro. Se non incassi, non versi.

Se sei artigiano o commerciante la logica si capovolge: c’è una quota fissa dovuta anche a fatturato zero, 4.521 euro per gli artigiani e 4.612 per i commercianti. I forfettari possono chiedere la riduzione del 35%, che porta i fissi intorno ai 3.000 euro: non è automatica e riduce anche i mesi accreditati per la pensione. Se invece hai un albo con cassa propria, valgono le regole del tuo ente.

Nell’articolo trovi il confronto completo, cosa cambia per chi ha già un impiego e come i contributi abbassano le tasse da pagare.

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Partita IVA forfettaria e lavoro dipendente: si può fare?

Partita IVA forfettaria e lavoro dipendente: si può fare?

Hai un contratto da dipendente e pensi di aprire la Partita IVA. Si può fare: nessuna norma lo vieta. Ma prima servono tre verifiche.

La prima è il tetto dei 35.000 euro: non entra nel forfettario chi nell’anno precedente ha percepito più di 35.000 euro lordi da lavoro dipendente o pensione. È una soglia temporanea, valida per il 2025 e il 2026. Salvo proroghe dal 2027 si torna a 30.000: chi oggi guadagna tra 30.000 e 35.000 ha una finestra che si chiude il 31 dicembre.

La seconda è il divieto di fatturare in prevalenza al proprio datore di lavoro, attuale o degli ultimi due anni. Oltre il 50% dei ricavi verso di lui e il regime salta.

La terza è una buona notizia: chi è già coperto dall’INPS come dipendente versa alla Gestione Separata il 24% invece del 26,07%, e solo sul reddito prodotto. Nessun contributo minimo a fatturato zero.

Un esempio: 12.000 euro fatturati come consulente, coefficiente 78%, imponibile 9.360 euro. Contributi 2.246 euro, imposta al 5% 468 euro. Poco più del 22% dell’incassato, e lo stipendio resta tassato a parte.

Nell’articolo trovi anche il caso del rapporto di lavoro cessato, le regole per i dipendenti pubblici e cosa cambia se apri come artigiano.

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Lavoro + NASPI? Si può fare!

È possibile lavorare e percepire la NASpI, ma con regole precise! La compatibilità dipende dal tipo di lavoro e dal reddito. Ad esempio, è compatibile il lavoro a tempo determinato inferiore a 6 mesi, se entro la “no tax area” (8.500€ nel 2025). Cruciale: comunicare all’INPS entro 1 mese dall’inizio del lavoro. Verificare sempre le regole aggiornate e chiedere conferma in caso di dubbi.

Quando richiedere la NASPI?

La domanda di NASpI va presentata all’INPS entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. Questo termine è perentorio! Il conteggio inizia dal giorno successivo alla cessazione (es., licenziamento, fine contratto). Ci sono proroghe in casi specifici (maternità, malattia, ecc.). Rispettare la scadenza è cruciale per non perdere il diritto alla NASpI e per velocizzare l’erogazione. Prepara i documenti e presenta la domanda online il prima possibile.

Che cos’è la NASPI?

La NASpI è l’indennità di disoccupazione italiana, un sostegno economico per chi ha perso il lavoro involontariamente. Per ottenerla, servono specifici requisiti di contribuzione e lavoro. L’importo si calcola in base alla retribuzione media e si riduce nel tempo. Durante la NASpI, bisogna rimanere disoccupati e disponibili al lavoro.